Solo una cosa sopporto: La sfumatura

 

Fin dalla più tenera età ho dato prova di possedere l’antico e sopravvalutato dono dell’attitudine all’analisi. Critica soprattutto. Le parole più giuste per descrivere tale caratteristica sono senza dubbio: “spiccato senso critico”. Spiccatissimo. Ero un’enfant prodige. 

I miei giudizi arrivavano potenti, ed avevano sempre un obiettivo simile (mai un affetto; amici, parenti e idoli musicali erano al riparo):  si trattava di taluni personaggi televisivi, talaltri politicanti, soubrette, giornalisti. 

Ogni giorno si macchiavano del peccato mortale di trattarci come stupidi; di sottovalutare, del tutto arbitrariamente, la gente. Le prese in giro, la tv del dolore, i contenuti-scorie vomitati, attraverso quello che veniva chiamato tubo catodico, nelle nostre case era un’offesa impossibile da sopportare, l’affronto massimo. 

Il mio giudizio era semplicemente un’arma di difesa contro le ingiustizie, ma era tossico, soprattutto perché non era così facile spegnere la televisione. Come non lo era annullare le "ingiustizie" fuori da quella scatola.

Mi rendo conto che quanto scritto finora possa creare delle aspettative, ma credo sia chiaro ormai: questo non è un testo sul potere dello yoga. Lo yoga ha contribuito profondamente, certo, ma la mia attitudine ha cominciato lentamente a mutare grazie all’età ed alla maternità. E alle persone che ho incontrato, i film che ho visto, i libri che ho letto. 

Non è che sia successo un miracolo, intendiamoci, il mio spirito guida rimane Fran Lebowitz. Però un pò di cose le ho capite e ne ho avuto ennesima conferma quando, anni fa, ho letto “Hanno tutti ragione”, di Paolo Sorrentino, in particolare la prefazione, un monumentale elenco di ciò che il maestro del protagonista non sopporta. 

Le ultime righe sono speciali: “Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso. Soprattutto me stesso. Solo una cosa sopporto. La sfumatura”